GALLERIA MONOPOLI
Giovanni Ventura 6
20134 Milano
+39 02 36593646
+39 333 5946896
p.iva IT 02390150189
info@galleriamonopoli.com
www.galleriamonopoli.com

18 settembre - 3 novembre 2018
Nanni Valentini. La terra, il luogo
a cura di Flaminio Gualdoni

Il tema della casa, dimora heideggeriana, è insieme al focolare il punto più alto della riflessione operativa di Nanni Valentini intorno all’idea di luogo.
La casa genera interno ed esterno, chiude lo spazio dicendolo, è utero e calore, oscurità e intimità: materia del vivere. Ed è stabilità, immobilità, consistenza, che dialoga infine con l’alito dell’apparizione dell’angelo, figura ultima e ineffabile del percorso bruscamente interrotto dell’artista.
Nel giugno 1981 Valentini ne dà annuncio esplicito nella personale “Le case” alla Galerie Babel, Heilbrönn, nel 1982 sono gli studi per quattro grandi case, semi di lavori futuri, poi nel 1983 viene la Casa per Pierpaolo, nel maggio 1984 la personale sulle “Case” al Museu de Ceràmica di Barcellona.
Dei quattro studi del 1982 due approdano a versioni compiute. La prima è esposta, gennaio 1984, alla personale milanese al Padiglione d’arte contemporanea. È un volume chiuso, opaco, serrato su se stesso, con quei muri estranei in cemento che dicono la massa introversa. Ai quattro vertici sono quattro capitelli: volti, altro tema di devastante e complice intensità. Essi portano in sé il sapore romanico dello snodo architettonico figurato, che è insieme sguardo da e verso l’architettura, che è struttura e irruzione formale divagante: che è, soprattutto, interrogazione radicale sulla duplicità apparente delle idee di corpo che convoca.
La seconda è quella esposta nell’aprile 1987 alla Galleria Civica di Modena: dopo la morte, ma già interamente realizzata in studio. È Il passaggio dell’angelo, che già si annuncia anche nelle opere esposte allo Hetjens Museum, Düsseldorf, nel gennaio 1986, per le quali l’artista scrive nel novembre 1985, pochi giorni prima di lasciarci, il 5 dicembre: “Né uomo né fantasma ma angelo, che si allontana velocemente guardando indietro come volesse risegnare il proprio passato. Il suo volto, per la discontinuità degli attimi, non è stato riconosciuto, ma i capelli sì: al loro posto vi sono dei ricci di carta, sicuramente scritti.
La casa era lì immobile e i suoi muri hanno catturato quell’ombra che passava.
Ho portato a Düsseldorf dei lavori di terracotta, li ho pensati come frammenti della parte di un muro disegnata da quell’ombra. Quei mattoni d’argilla sono stati trasformati in modo che nel futuro passaggio l’angelo non trovasse dei muri ma elementi di uno spazio a lui più prossimi”.
In questa mostra abbiamo raccolto alcune tracce di quel percorso, segni disseminati all’interno di un operare e riflettere e sognare (“Quando lavoro cerco di mettere la terra tra me e lo sguardo: ma il senso si ritrae ugualmente e il premere si identifica con il sognare”) radicale e ultimativo, ispido e dolce, agguerrito e capace di stupori, intorno all’idea di forma e di luogo, provocando l’indifferenza della terra perché “l’arte fatta con la terra cotta può raccontarci l’apparizione di luoghi, la presenza, anche lontana, di fantasmi abbandonati, di volti muti, di spessori non riflettenti, di percorsi meno attesi. Indizi, frammenti, ma certamente desiderio di uscire di nuovo dalla metafora”.

Orari di apertura:
Martedi Sabato 14.00 | 19.00

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18 settembre - 3 novembre 2018
Nanni Valentini. La terra, il luogo
a cura di Flaminio Gualdoni

Il tema della casa, dimora heideggeriana, è insieme al focolare il punto più alto della riflessione operativa di Nanni Valentini intorno all’idea di luogo.
La casa genera interno ed esterno, chiude lo spazio dicendolo, è utero e calore, oscurità e intimità: materia del vivere. Ed è stabilità, immobilità, consistenza, che dialoga infine con l’alito dell’apparizione dell’angelo, figura ultima e ineffabile del percorso bruscamente interrotto dell’artista.
Nel giugno 1981 Valentini ne dà annuncio esplicito nella personale “Le case” alla Galerie Babel, Heilbrönn, nel 1982 sono gli studi per quattro grandi case, semi di lavori futuri, poi nel 1983 viene la Casa per Pierpaolo, nel maggio 1984 la personale sulle “Case” al Museu de Ceràmica di Barcellona.
Dei quattro studi del 1982 due approdano a versioni compiute. La prima è esposta, gennaio 1984, alla personale milanese al Padiglione d’arte contemporanea. È un volume chiuso, opaco, serrato su se stesso, con quei muri estranei in cemento che dicono la massa introversa. Ai quattro vertici sono quattro capitelli: volti, altro tema di devastante e complice intensità. Essi portano in sé il sapore romanico dello snodo architettonico figurato, che è insieme sguardo da e verso l’architettura, che è struttura e irruzione formale divagante: che è, soprattutto, interrogazione radicale sulla duplicità apparente delle idee di corpo che convoca.
La seconda è quella esposta nell’aprile 1987 alla Galleria Civica di Modena: dopo la morte, ma già interamente realizzata in studio. È Il passaggio dell’angelo, che già si annuncia anche nelle opere esposte allo Hetjens Museum, Düsseldorf, nel gennaio 1986, per le quali l’artista scrive nel novembre 1985, pochi giorni prima di lasciarci, il 5 dicembre: “Né uomo né fantasma ma angelo, che si allontana velocemente guardando indietro come volesse risegnare il proprio passato. Il suo volto, per la discontinuità degli attimi, non è stato riconosciuto, ma i capelli sì: al loro posto vi sono dei ricci di carta, sicuramente scritti.
La casa era lì immobile e i suoi muri hanno catturato quell’ombra che passava.
Ho portato a Düsseldorf dei lavori di terracotta, li ho pensati come frammenti della parte di un muro disegnata da quell’ombra. Quei mattoni d’argilla sono stati trasformati in modo che nel futuro passaggio l’angelo non trovasse dei muri ma elementi di uno spazio a lui più prossimi”.
In questa mostra abbiamo raccolto alcune tracce di quel percorso, segni disseminati all’interno di un operare e riflettere e sognare (“Quando lavoro cerco di mettere la terra tra me e lo sguardo: ma il senso si ritrae ugualmente e il premere si identifica con il sognare”) radicale e ultimativo, ispido e dolce, agguerrito e capace di stupori, intorno all’idea di forma e di luogo, provocando l’indifferenza della terra perché “l’arte fatta con la terra cotta può raccontarci l’apparizione di luoghi, la presenza, anche lontana, di fantasmi abbandonati, di volti muti, di spessori non riflettenti, di percorsi meno attesi. Indizi, frammenti, ma certamente desiderio di uscire di nuovo dalla metafora”.

Orari di apertura:
Martedi Sabato 14.00 | 19.00