GALLERIA MONOPOLI
Giovanni Ventura 6
20134 Milano
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+39 333 5946896
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Il tempo catturato | fotografie di Kira Lev

Non sempre, ma in molti casi è importante per riuscire a comprendere la reale portata di una ricerca, conoscere le vicende esistenziali, che hanno condotto l’artista alla sua scelta poetica.
Così è per l’artista russa Kira Lev, nom de plume, della quale questo testo accompagna la prima pubblicazione.
Ha solo trent’anni, ma il suo cammino è già ricco di frangenti e dettagli, laureata in Giurisprudenza in Russia, dove ha vissuto sino a pochi anni fa, per un certo tempo ha svolto la professione di giurista. Un dettaglio biografico che aiuta a comprendere il suo approccio e il suo metodo di lavoro.
Sin da giovanissima, Lev ha utilizzato il mezzo fotografico e per qualche tempo ha anche dipinto. Soggetti delle sue pitture a olio erano soprattutto corpi maschili e femminili. Infine un paio di anni fa, nel nostro Paese, Lev ha scoperto la ricerca di Lucio Fontana, che ha determinato in lei una crisi di matrice poetica ma soprattutto poietica. Una scoperta che ha causato una decisione tassativa. L’artista ha percepito che l’utilizzo di un linguaggio come la pittura figurativa non aveva più senso per lei. Così ha iniziato a studiare l’arte del XX secolo, Mark Rothko e l’astrazione, per giungere alla poesia del Minimalismo di Agnes Martin, alla trasparenza leggera e densa dei suoi lavori, in cui i fitti segni paiono illeggibili.

Ma tutto questo cosa c’entra con la fotografia? C’entra perché attraverso la fotografia Kira Lev vorrebbe raggiungere proprio la leggerezza, la forza, delle quali abbiamo appena scritto. La sua è una tensione alla trasparenza, che parte dalla forza del nero, carico di riflessi. Un nero complesso difficilmente descrivibile in cui galleggiano le sue figure.
Forse il punto di arrivo della sua ricerca, un giorno, sarà il bianco assoluto, esito di una cancellazione, in cui è la potenza del significato dell’esistenza, sempre che ne esista uno.
Le sue foto non presentano mai corpi interi, solo gambe e mani. Tutto nasce dall’osservazione. Le gambe sono il nostro collegamento con la terra, con il resto del mondo. Kira Lev guarda molto, parla poco, ascolta e penetra il suo circostante, studia le abitudini delle persone, osserva il loro gesticolare. L’ascolto attento degli altri ce li rivela molto più di quanto possa fare la loro volontà di raccontarsi, di aprirsi. Ogni foto è l’esito dei suoi attenti sguardi, anche se quanto viene presentato, è riassuntivo rispetto alla totalità: non tutto può essere ripreso.
Tra gli ambiti di studio dai quali Kira Lev è più affascinata è la matematica. La sua memoria per i numeri, con i quali si trova sempre a suo agio, è talvolta prodigiosa. Le persone che ha di fronte, che le interessano, sono per lei come matrici numeriche da studiare, comprendere nel dettaglio e quindi gestire fotograficamente. «Ogni persona ha una sua matrice, ha un certo flusso che costituisce una sorta di banca dati, come delle cifre. Ciascuno ha il suo tempo e il suo spazio. Nel processo di creazione di ogni fotografia, cerco di trovare il mio posto, il mio angolo, il mio punto, in cui la matrice del
modello coincide con le matrici spazio-temporali. La storia di una persona è la sua essenza.
Dopotutto, l'artista, attraverso la fotografia, non è alla ricerca di modelli e di oggetti,
ma della sua strada: scatta con cura e attenzione le immagini, sperando di trovare uno spazio libero da interferenze e inutilità. Così io cerco»1. I soggetti delle sue foto sono sempre donne, che sino a questo momento, l’artista ha fotografato, in uno studio di Rostov sul Don, la sua città natale, nella Russia europea meridionale.
Quando una donna le interessa fotograficamente, le fa indossare abiti da lei scelti, ma si pone in una posizione di debolezza nei suoi confronti. Le piace sentirsi dominata dai personaggi che fotografa. Le chiede di muoversi in una stanza buia, illuminata solo da una luce proveniente dall’alto e quando finalmente assume una posa che la convince, fissa la luce e scatta. Nessuno dei suoi personaggi è in posa: non le appartiene quel tipo di fotografia. Il loro volto non è mai illuminato, esso si coglie solo vagamente. A colpirla sono
le gambe e le mani, che non devono rispettare per forza un tipo di bellezza canonica, non è interessata a tradurne in immagine la componente sensuale. Non importano l’età, la fisicità.
Il legame nei confronti del soggetto con il quale si rapporta è di natura psicologica. Lev è lettrice appassionata di testi di questo ambito, di Sigmund Freud, di Carl Gustav Jung, di Lev Semënovi? Vygotskij, uno psicologo sovietico, padre della scuola storico-culturale.
La sua ricerca è incentrata sull’uomo, inteso come essere umano che si pone in relazione con il tempo e con lo spazio. La persona diviene un pretesto per approfondire la sua ricerca artistica, così come gli oggetti lo erano per Giorgio Morandi o la zuppiera per Franco Vimercati. A Kira Lev non interessa conoscere la storia personale delle donne che fotografa, è un altro il meccanismo che deve scattare. Vuole cogliere un attimo particolare della loro esistenza, mentre si muovono in una determinata dimensione spaziale.
In tutto questo potremmo attribuirle numerosi maestri indiretti da Henri Cartier Bresson, a Helmut Newton, a Herb Ritts, a Richard Avedon. Dal primo ha sicuramente imparato a scattare con parsimonia. Non le interessa continuare a schiacciare il tasto della macchina fotografica, quanto piuttosto riuscire a cogliere l’attimo giusto. Il suo è un atteggiamento assai diverso dalla bulimia “telefonico digitale”, che segna il nostro tempo
La sua fotografia è facilmente riconoscibile per una serie di dettagli che la connotano in un’alternanza continua di bianchi e neri, di pieni e di vuoti, come nelle foto in cui le donne tengono fra i piedi accavallati dei fiori di loto secchi.
Quasi sempre, mentre realizza le sue immagini, Lev ascolta e fa ascoltare musica per violoncello, uno strumento che lei stessa ha studiato negli anni della formazione in Russia, periodo di profondi cambiamenti sociali e politici.
Kira suona il pianoforte e il violoncello, che permette alla musica di entrare nel suo corpo, proprio attraverso le gambe, alle quali lo strumento è appoggiato.
Le sue modelle sono coinvolte dalla musica che lei fa loro ascoltare da Max Richter, a Hans Zimmer, al grande Ludwig van Beethoven: ne possono essere più o meno colpite, poco importa. L’atteggiamento che qui ci interessa analizzare è quello dell’artista nei confronti di quello che sente. Nelle sue immagini sono al contempo la forza e l’armonia della musica.
La sua tensione è, tuttavia, a una fotografia in cui domina il suono del silenzio, con una definizione ossimorica, in cui la potenza della silhouette riesce a fare a meno di qualsivoglia orpello per giungere al grado zero, all’essenza dei fenomeni, alla purezza dello sguardo, che trapassa le persone senza infliggere loro alcuna violenza, con un evidente rimando a certa pittura Monochrome.

"Matrici svelate"di Angela Madesani

catalogo: Il tempo catturato

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Il tempo catturato | fotografie di Kira Lev

Non sempre, ma in molti casi è importante per riuscire a comprendere la reale portata di una ricerca, conoscere le vicende esistenziali, che hanno condotto l’artista alla sua scelta poetica.
Così è per l’artista russa Kira Lev, nom de plume, della quale questo testo accompagna la prima pubblicazione.
Ha solo trent’anni, ma il suo cammino è già ricco di frangenti e dettagli, laureata in Giurisprudenza in Russia, dove ha vissuto sino a pochi anni fa, per un certo tempo ha svolto la professione di giurista. Un dettaglio biografico che aiuta a comprendere il suo approccio e il suo metodo di lavoro.
Sin da giovanissima, Lev ha utilizzato il mezzo fotografico e per qualche tempo ha anche dipinto. Soggetti delle sue pitture a olio erano soprattutto corpi maschili e femminili. Infine un paio di anni fa, nel nostro Paese, Lev ha scoperto la ricerca di Lucio Fontana, che ha determinato in lei una crisi di matrice poetica ma soprattutto poietica. Una scoperta che ha causato una decisione tassativa. L’artista ha percepito che l’utilizzo di un linguaggio come la pittura figurativa non aveva più senso per lei. Così ha iniziato a studiare l’arte del XX secolo, Mark Rothko e l’astrazione, per giungere alla poesia del Minimalismo di Agnes Martin, alla trasparenza leggera e densa dei suoi lavori, in cui i fitti segni paiono illeggibili.

Ma tutto questo cosa c’entra con la fotografia? C’entra perché attraverso la fotografia Kira Lev vorrebbe raggiungere proprio la leggerezza, la forza, delle quali abbiamo appena scritto. La sua è una tensione alla trasparenza, che parte dalla forza del nero, carico di riflessi. Un nero complesso difficilmente descrivibile in cui galleggiano le sue figure.
Forse il punto di arrivo della sua ricerca, un giorno, sarà il bianco assoluto, esito di una cancellazione, in cui è la potenza del significato dell’esistenza, sempre che ne esista uno.
Le sue foto non presentano mai corpi interi, solo gambe e mani. Tutto nasce dall’osservazione. Le gambe sono il nostro collegamento con la terra, con il resto del mondo. Kira Lev guarda molto, parla poco, ascolta e penetra il suo circostante, studia le abitudini delle persone, osserva il loro gesticolare. L’ascolto attento degli altri ce li rivela molto più di quanto possa fare la loro volontà di raccontarsi, di aprirsi. Ogni foto è l’esito dei suoi attenti sguardi, anche se quanto viene presentato, è riassuntivo rispetto alla totalità: non tutto può essere ripreso.
Tra gli ambiti di studio dai quali Kira Lev è più affascinata è la matematica. La sua memoria per i numeri, con i quali si trova sempre a suo agio, è talvolta prodigiosa. Le persone che ha di fronte, che le interessano, sono per lei come matrici numeriche da studiare, comprendere nel dettaglio e quindi gestire fotograficamente. «Ogni persona ha una sua matrice, ha un certo flusso che costituisce una sorta di banca dati, come delle cifre. Ciascuno ha il suo tempo e il suo spazio. Nel processo di creazione di ogni fotografia, cerco di trovare il mio posto, il mio angolo, il mio punto, in cui la matrice del
modello coincide con le matrici spazio-temporali. La storia di una persona è la sua essenza.
Dopotutto, l'artista, attraverso la fotografia, non è alla ricerca di modelli e di oggetti,
ma della sua strada: scatta con cura e attenzione le immagini, sperando di trovare uno spazio libero da interferenze e inutilità. Così io cerco»1. I soggetti delle sue foto sono sempre donne, che sino a questo momento, l’artista ha fotografato, in uno studio di Rostov sul Don, la sua città natale, nella Russia europea meridionale.
Quando una donna le interessa fotograficamente, le fa indossare abiti da lei scelti, ma si pone in una posizione di debolezza nei suoi confronti. Le piace sentirsi dominata dai personaggi che fotografa. Le chiede di muoversi in una stanza buia, illuminata solo da una luce proveniente dall’alto e quando finalmente assume una posa che la convince, fissa la luce e scatta. Nessuno dei suoi personaggi è in posa: non le appartiene quel tipo di fotografia. Il loro volto non è mai illuminato, esso si coglie solo vagamente. A colpirla sono
le gambe e le mani, che non devono rispettare per forza un tipo di bellezza canonica, non è interessata a tradurne in immagine la componente sensuale. Non importano l’età, la fisicità.
Il legame nei confronti del soggetto con il quale si rapporta è di natura psicologica. Lev è lettrice appassionata di testi di questo ambito, di Sigmund Freud, di Carl Gustav Jung, di Lev Semënovi? Vygotskij, uno psicologo sovietico, padre della scuola storico-culturale.
La sua ricerca è incentrata sull’uomo, inteso come essere umano che si pone in relazione con il tempo e con lo spazio. La persona diviene un pretesto per approfondire la sua ricerca artistica, così come gli oggetti lo erano per Giorgio Morandi o la zuppiera per Franco Vimercati. A Kira Lev non interessa conoscere la storia personale delle donne che fotografa, è un altro il meccanismo che deve scattare. Vuole cogliere un attimo particolare della loro esistenza, mentre si muovono in una determinata dimensione spaziale.
In tutto questo potremmo attribuirle numerosi maestri indiretti da Henri Cartier Bresson, a Helmut Newton, a Herb Ritts, a Richard Avedon. Dal primo ha sicuramente imparato a scattare con parsimonia. Non le interessa continuare a schiacciare il tasto della macchina fotografica, quanto piuttosto riuscire a cogliere l’attimo giusto. Il suo è un atteggiamento assai diverso dalla bulimia “telefonico digitale”, che segna il nostro tempo
La sua fotografia è facilmente riconoscibile per una serie di dettagli che la connotano in un’alternanza continua di bianchi e neri, di pieni e di vuoti, come nelle foto in cui le donne tengono fra i piedi accavallati dei fiori di loto secchi.
Quasi sempre, mentre realizza le sue immagini, Lev ascolta e fa ascoltare musica per violoncello, uno strumento che lei stessa ha studiato negli anni della formazione in Russia, periodo di profondi cambiamenti sociali e politici.
Kira suona il pianoforte e il violoncello, che permette alla musica di entrare nel suo corpo, proprio attraverso le gambe, alle quali lo strumento è appoggiato.
Le sue modelle sono coinvolte dalla musica che lei fa loro ascoltare da Max Richter, a Hans Zimmer, al grande Ludwig van Beethoven: ne possono essere più o meno colpite, poco importa. L’atteggiamento che qui ci interessa analizzare è quello dell’artista nei confronti di quello che sente. Nelle sue immagini sono al contempo la forza e l’armonia della musica.
La sua tensione è, tuttavia, a una fotografia in cui domina il suono del silenzio, con una definizione ossimorica, in cui la potenza della silhouette riesce a fare a meno di qualsivoglia orpello per giungere al grado zero, all’essenza dei fenomeni, alla purezza dello sguardo, che trapassa le persone senza infliggere loro alcuna violenza, con un evidente rimando a certa pittura Monochrome.

"Matrici svelate"di Angela Madesani

catalogo: Il tempo catturato